un voto per Cordenons

... ma la Chiesa è troppo interventista (di Gielle, 29/03/06)

Fa estremamente piacere sentire un cattolico praticante - in qualunque schieramento militi - affermare che intende il suo impegno in politica come la "ricerca del bene comune possibile che persegue attraverso il confronto razionale delle posizioni in campo e quindi facendo perno sul principio della laicità che accomuna tutti e che è fondamento della democrazia". Bene, ma fa un po' specie che un argomento così scontato e del tutto normale in qualsiasi democrazia occidentale matura e laica, qui da noi debba essere sottolineato, ricordato e ribadito. E poi - francamente - ci arrivano un po' tardi. Ma, tant'è. Fa piacere ugualmente.


Credo però che una cosa su tutte - tra quelle evidenziate da Gianni - non possa passare sotto silenzio. Nemmeno nel centrosinstra. Citando Benedetto XVI si dice che "la dottrina sociale della Chiesa non vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che a questa appartengono. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per fare sì che ciò che è giusto possa, qui e ora, essere riconosciuto e poi realizzato". Parole di un peso non indifferente che possono avere conseguenze - politiche - assai gravi. L'ingerenza e l'influenza pesantissima della Chiesa cattolica e romana in alcune vicende politiche degli ultimi anni è sempre stata volta a tentare di modificare e orientare proprio dei comportamenti individuali. Cos'è - altrimenti - il "no" della Chiesa sui temi relativi alla fecondazione assistita, alla "pillola del giorno dopo" e ai cosiddetti pacs? A cosa punta la Chiesa - e con essa la stragrande maggioranza dei cattolici impegnati in politica - se non a imporre alla legislazione italiana (e quindi alla vita quotidiana di tutti, dico tutti, i cittadini) una precisa morale e una visione del mondo che inevitabilmente si traducono poi in comportamenti per tutti? Anche per chi cattolico o credente ritiene di non essere?

Le leggi - in uno stato autenticamente laico - non devono mai ubbidire a una morale religiosa (qualunque essa sia, altrimenti la democrazia sconfina nella teocrazia): è il singolo cittadino che deve ubbidire alla propria coscienza quando è chiamato al rispetto della legge che una comunità si dà: il cattolico è giusto che risponda alla propria coscienza di cattolico: c'è sempre l'obiezione di coscienza. Poi mi spaventa tantissimo la concezione della fede - ripresa ben due volte da Gianni - come "purificazione della ragione". Ma cosa significa? Vuole forse dire che la ragione laica è impura, brutta, sporca e cattiva? Se così fosse saremmo agli stessi livelli della propaganda berlusconiana rispetto ai comunisti intesi come pericolosi bolscevichi. E poi "purificazione" mi ricorda un po' la purificazione della razza che anche Hitler voleva.


Credo, inoltre, che vi sia la necessità di un chiarimento di fondo quando si parla dei neoliberisti di centrodestra: si è completamente perso il significato - etimologico, storico e culturale - delle parole libertà, liberalismo politico e liberismo economico. Non c'è assolutamente nulla di liberale, né di liberista nelle proposte, nei comportamenti - e pure nella prassi quotidiana - dell'attuale centrodestra italiano distante anni luce dalla destre conservatrici o golliste di stampo europeo. Legittimare come neoliberisti i componenti del centrodestra italiano che da cinque anni governano il Paese è un errore gravissimo. E il centrosinistra lo ha sottolineato sempre troppo poco. Come fanno a dirsi liberali quei politici che distruggono in un solo colpo lo stato di diritto attraverso quel pesantissimo conflitto di interessi che incarnano: hanno fatto a pezzi un principio sacrosanto del costituzionalismo moderno: quella separazione dei poteri di Montesquieu sulla quale si fondano tutte le costituzioni dell'otto e del novecento. E come fanno a dirsi liberisti quei politici che assommano - oltre alla carica di presidente del consiglio - nelle loro mani il monopolio dell'informazione pubblica e privata di un Paese? Sono soltanto degli oligopolisti che usano il potere economico-mediatico per il potere politico. E monopoli e oligopoli sono storicamente i peggiori nemici degli autentici liberisti che - al contrario - amano la pluralità delle offerte in un mercato libero e aperto in cui tutti siano messi nelle stesse condizioni di partenza. E in cui tutti abbiano (le prediche inutili di Luigi Einaudi, scordate troppo in fretta) le stesse opportunità per partecipare alla corsa competitiva.


Un'ultima considerazione sulle ragioni della politica ispirata al pensiero (considerato di sinistra) cristiano-sociale. Quando si dice: siamo onesti, la preoccupazione per la giustizia sociale, per il primato della persona e del lavoro sul capitale, per il riscatto degli oppressi, per la lotta contro ogni forma di mercificazione sono punti chiave che hanno fatto del comunismo uno sprone continuo per il cattolicesimo. Bene: tutto vero. Tant'è che il "cattocomunismo" esiste ancora in larga parte della società italiana. Ma ogni tanto sarebbe bene - e storicamente corretto - ricordare che, per esempio, furono due pensatori liberali e liberisti a capire (nei primi anni del Novecento) che il capitalismo da solo non avrebbe potuto funzionare e che non avrebbe tutelato le classi sociali più deboli ed emarginate. Furono proprio Beveridge e Keynes a inventare il welfare state, quello stato sociale prima realizzato in Inghilterra e poi allargato a tutto il continente europeo che tutela e garantisce (anche attraverso l'intervento pubblico, quando la "mano invisibile" di Smith non è più sufficiente a fare funzionare il mercato e la redistribuzione delle risorse) le fasce più deboli della popolazione. Quindi è bene ricordare che sono esistiti ed esistono i liberisti "sociali" che hanno pure portato a casa qualche conquista importante: non tutto il "bene" per l'uomo è stato fatto dai comunisti e dai cattolici. E infatti il welfare non è né comunista, né cattolico: lo hanno inventato i liberali. E nessuno lo dice mai.


Ma detto questo torno con i piedi per terra: in fondo oggi credo - aggiungendo un purtroppo con una punta di invidia - che se il centrosinistra riuscirà a estirpare il cancro berlusconiano che sta divorando quel poco che resta della democrazia italiana lo dovremo innanzitutto ai cattolici democratici e alla loro forza. Non certo a quei liberali di sinistra che, nel nostro Paese, restano pur sempre in quattro gatti. Infine, credo che sarebbe utile a tutte le parti (ma soprattutto alla laicità dello stato) se i cattolici - di destra e di sinistra - la smettessero di strattonare il papa per la veste cercando di vendere, volta per volta, a proprio uso e consumo le sue parole e la dottrina della Chiesa. Facciano i politici pensando alla res-publica che è di tutti: anche di quei musulmani o di quei sik che lavorano, pagano le tasse e mandano i proprio piccoli nelle scuole di tutti. E la fede la vivano come questione di coscienza e basta. Non voglio sconfinare in un bigottismo al contrario: si badi bene credo che anche Luxuria dovrebbe fare politica senza ostentare le sue inclinazioni sessuali: si batta per i pacs, ma impari magari anche cos'è la legge Biagi. E faccia pure il candidato di Rifondazione, ma senza ostentare il suo essere transgender: che c'entra? Anche chi è perfettamente eterosessuale (o semplicemente bissessuale) può occuparsi di quei temi (importantissimi per una società civile e per i diritti civili) senza per questo rilasciare interviste dove si spiega nel dettaglio quali organi sessuali uno usa nei propri rapporti.

La fede, così come il sesso, nulla c'entrano con la politica: sono inclinazioni e passioni del tutto personali e non è corretto "usarle" per scopi di interesse o di potere. Perché - in fondo - la politica è questo: scontro di interessi (legittimi) per raggiungere il potere. Mi ricordo che in Inghilterra Tony Blair ha avuto un ministro gay che si occupava di finanza. Poi se n'è andato per dei litigi: ma quel ministro era arrivato al governo e ne è poi uscito non certo perché era gay o perché rappresentava gli interessi dei gay. Ha fatto il politico e il ministro semplicemente perché era un politico bravo e in grado di stare al governo. Ecco: vorrei vivere in un Paese così.


Grazie Gianni

Gielle

 Giovanni Ghiani RISPONDE

 

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